Covid-19: Il coronavirus delle relazioni


Covid-19: Il coronavirus delle relazioni

Tutto è iniziato in Cina. Gli italiani, ma non solo, osservarono il mondo cambiare sotto i loro occhi: medici e infermieri con tute e mascherine, ospedali costruiti in pochi giorni, file ai supermercati. La causa? Un virus di cui non si conoscevano gli effetti e che si diffuse tanto rapidamente da costringere l’ OMS a dichiarare l’11 Marzo 2020 lo stato di pandemia.

“State a casa”, questa la direttiva di medici, virologi e del presidente del consiglio, giunta nelle case mediante la tv, la radio e i social network. Non si parla d’altro, si deve restare a casa per proteggere le persone anziane, quelle immunodepresse e tutte le fasce più deboli che se contagiate potrebbero avere gravi complicazioni.

Così ognuno si ritrova in casa propria ad affrontare una quarantena. Non si può più uscire per passeggiare al parco, molte persone non vanno più al lavoro e negozi, bar e ristoranti sono chiusi. Scuole e università si sono spostate online; non ci è possibile andare a trovare genitori, amici e le persone per noi importanti, molti di noi sono completamente soli nella propria dimora.

Le relazioni sono importanti, perché soffriamo così tanto in questo periodo di isolamento?
Secondo Aristotele l’essere umano è un animale sociale, l’isolamento provoca in lui forte disagio. Le relazioni interpersonali hanno un’importanza fondamentale, basti pensare alle relazioni di amore che si instaurano tra il bambino e i genitori e che Bowlby identifica come relazioni di attaccamento. Il bambino mette in atto dei comportamenti per ricercare cura, intimità, protezione e sicurezza nella madre e questa, in situazioni di normalità, risponde accudendolo, consolandolo, proteggendolo e offrendo il suo amore (Bowlby 1989).

Siamo portati a costruire relazioni di attaccamento, non per soddisfare dei bisogni fisiologici come la nutrizione, o altre necessità materiali, ma per soddisfare un bisogno di amore e calore; “la propensione a stringere relazioni emotive intime […] è una componente della natura umana, già presente in forma germinale nel neonato e che permane durante la vita adulta e la vecchiaia” [Bowlby 1989:116-117].

Lo dimostra Harlow con un esperimento ormai storico.

Negli anni Cinquanta, lo sperimentatore introdusse due cuccioli di scimmiette macaco in due gabbie separate, poi costruì due madri surrogate, una costituita da fil di ferro e dotata di biberon, quindi capace di nutrire, l’altra costruita con legno e stoffa morbida, ma senza il biberon, quindi incapace di sfamare i cuccioli. Dopo aver introdotto le due madri artificiali nelle gabbie insieme alle scimmiette, Harlow osservò che i piccoli si recavano dalla madre di ferro solo per mangiare, ma tutto il resto del tempo lo passavano aggrappati alla madre di stoffa morbida.

In un secondo esperimento vennero inseriti nelle gabbie dei giocattoli che emettevano suoni spaventosi. Qui Harlow osservò che le scimmiette, impaurite, correvano tra le braccia della madre di stoffa morbida per cercare protezione e conforto, non andavano dalla madre di ferro che le nutriva. (Harlow 1958)
Una delle più importanti funzioni dell’attaccamento è la regolazione delle emozioni.

Come sostiene Thompson: “La regolazione emotiva consiste in un insieme di processi intrinseci ed estrinseci tesi a monitorare, valutare e modificare le reazioni emotive, in particolare in relazione ai loro aspetti di intensità e di durata al fine di raggiungere i propri obiettivi” [Thompson 1994:27-28].

Avere una figura di accudimento disponibile è importante per il bambino. A seguito della disponibilità e della sensibilità materna, egli acquisisce la sicurezza che anche le emozioni spiacevoli possono essere gestite e non negate o evitate. Se il bambino viene consolato, pian piano apprenderà ad autoconfortarsi e, in presenza di un attaccamento sicuro, nei momenti di agitazione, stress, paura, potrà richiamare alla mente l’immagine della figura di accudimento per autoconsolarsi (Dykas e Cassidy 2011).

La relazione di attaccamento non riguarda solo i bambini, ma si instaura anche tra adulti, soprattutto in condizioni difficili, come quelle date da stress e malessere psicofisico. Queste circostanze potrebbero portare le persone a sentire la necessità di cercare consolazione e aiuto in altri significativi: il partner, gli amici o i familiari (Gillath et al. 2006). Il Covid-19 è altamente contagioso, per questo non sarebbe possibile accudire i nostri cari nel caso contraessero il virus e allo stesso tempo non potremmo essere accuditi, le nostre emozioni in questo modo si intensificano perché non troviamo supporto emotivo.

Lo studio di Field del 2010 dimostra che il contatto fisico ha effetti sulle reazioni fisiologiche, si abbassano ad esempio frequenza cardiaca e livelli di cortisolo, mentre aumenta il rilascio di serotonina e ossitocina, ormoni che possono indurre sensazioni piacevoli come il rilassamento (Field 2010). Questo spiega il motivo per cui, anche da adulti sentiamo la necessità di avere un contatto fisico, di abbracciare o accarezzare le persone importanti per noi.

Le relazioni interpersonali, non solo ci aiutano a regolare l’intensità delle nostre emozioni, ma secondo la prospettiva neurobiologica plasmano lo sviluppo della mente e le strutture cerebrali per l’intero arco della vita (Siegel 2013). Secondo Siegel è importante sottolineare che i processi mentali non originano solo dal cervello o da un sé corporeo, ma anche dai processi relazionali, questo fa supporre che il funzionamento mentale dipende anche da altre persone, come i familiari, il partner e altri significativi. “La mente è un processo incarnato e relazionale che regola i flussi di energia e informazioni” [Siegel 2013:2].

I flussi di energia e di informazioni vengono condivisi tra le diverse persone, ne consegue che tali flussi vengono regolati sia all’interno del cervello che, tramite la comunicazione interpersonale, tra cervelli diversi. Lo sviluppo cerebrale dipende dal modo in cui le esperienze, soprattutto quelle relazionali influenzano i programmi geneticamente determinati del sistema nervoso (Ibidem)


Le connessioni umane plasmano le connessioni neurali ed entrambe contribuiscono allo sviluppo della mente:

relazioni interpersonali e collegamenti neurali danno insieme origine a un’entità che è più della somma di questi fattori. (Siegel 2013 p. 3)

Il suono della voce delle persone con cui si comunica, entra nei timpani dove viene creato un flusso di energia che, passando attraverso i nervi acustici raggiunge il cervello. Questo flusso di energia viene elaborato dal cervello e diventa un’informazione, in tal modo, il suono della voce diventa comprensibile come messaggio.

Quando si comunica si condividono informazioni ed energia.

Questo vale per tutte le sensazioni visive, tattili, olfattive, non solo per quelle uditive. La mente emerge pertanto dalle interazioni tra diversi elementi: energia e informazioni che viaggiano lungo i nervi di tutto il corpo e che vengono scambiate tra persone, nello stesso momento la mente regola tali elementi da cui nasce. Il cervello e le relazioni modellano la mente e la mente modella le relazioni e il cervello (Ibidem).

Il cervello è considerato un organo sociale, perché riceve segnali da altri cervelli ed è particolarmente influenzato da loro, riceve informazioni sia attraverso le fibre neuronali del sistema nervoso, sia dalle interazioni con il mondo esterno. (Ibidem) Come visto, le relazioni interpersonali giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo della mente, del cervello e della nostra capacità di regolare le emozioni. Per questo sono alla base del nostro essere sociali.

In questo periodo di forte stress dato dall’isolamento, fortunatamente quel suono di voce delle persone che amiamo può arrivare mediante il telefono o una videochiamata, quel suono di voce dei nostri cari può continuare a scaldare le nostre emozioni e a plasmare il nostro cervello dandoci la forza di resistere fino al momento in cui di nuovo potremo riabbracciarli.

Barbara Marino Mindful Coach

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Data: 26 May 2020    Commenti: 0    Categoria: Psicologia



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