Nei giorni scorsi ha fatto scalpore la notizia della chiusura del gruppo Facebook “Mia Moglie”, attivo dal 2019 e arrivato a contare più di 30.000 membri. All’interno di questo spazio online, uomini – spesso mariti o partner – condividevano foto intime delle proprie mogli senza il loro consenso, accompagnandole con commenti degradanti. La denuncia pubblica dell’attivista Carolina Capria e le successive segnalazioni hanno portato Meta a chiudere il gruppo, ma resta aperto un interrogativo cruciale: cosa porta un uomo a compiere un gesto tanto lesivo e quali conseguenze lascia nelle donne che lo subiscono?
Analizzare questo fenomeno significa guardare da vicino le dinamiche psicologiche di chi agisce e di chi subisce.
Il profilo psicologico dei mariti che condividono immagini intime
Chi espone la propria partner in un contesto pubblico senza consenso compie un atto di abuso psicologico. Alla base c’è spesso un bisogno di potere e controllo: la donna non è più vista come persona, ma come “oggetto” da esibire, una sorta di trofeo che conferma la propria virilità davanti ad altri uomini. A ciò si aggiunge una ricerca di approvazione maschile: far parte di un gruppo in cui ci si scambia immagini diventa un modo per sentirsi riconosciuti, per rafforzare un senso di appartenenza distorto.
Accanto a queste dinamiche, emerge una profonda mancanza di empatia. L’uomo che condivide non tiene conto delle emozioni della moglie, non riesce a immaginare il dolore che può provare, oppure sceglie deliberatamente di ignorarlo. In molti casi si attivano distorsioni cognitive: “non è un tradimento”, “tanto è solo online”, “nessuno saprà che è lei”. Queste giustificazioni hanno il solo scopo di ridurre il senso di colpa e mantenere in piedi comportamenti che, nella realtà, rappresentano una vera e propria forma di violenza digitale.
Le ferite psicologiche per la vittima
Per la donna che subisce questa esposizione, le conseguenze sono profonde. La ferita non riguarda soltanto la violazione della privacy, ma il tradimento della fiducia da parte della persona a cui si è legati più intimamente. Molte donne descrivono sentimenti di vergogna, umiliazione e colpa, nonostante la responsabilità sia esclusivamente dell’abusante. È comune lo sviluppo di ansia e ipervigilanza: il timore che altre foto possano essere diffuse genera un senso costante di insicurezza.
Sul piano dell’identità, queste esperienze intaccano l’autostima e la percezione del proprio valore personale. Non è raro che si manifestino sintomi assimilabili a un trauma post-traumatico, con difficoltà a fidarsi nuovamente di un partner, a vivere serenamente la propria sessualità, o a sentirsi sicure nello spazio sociale.
Come affrontare il trauma
Uscire da un’esperienza simile richiede tempo e supporto. Un primo passo è riconoscere che la responsabilità non è mai della vittima: la colpa è di chi compie l’atto, non di chi si è fidata. Un percorso psicoterapeutico può aiutare a elaborare la rabbia e il dolore, a ricostruire la fiducia in sé e negli altri, e a ritrovare un senso di sicurezza. È importante inoltre cercare supporto in una rete sociale significativa – familiari, amici, gruppi dedicati – per non rimanere isolate.
Accanto all’aspetto psicologico, c’è quello legale: in Italia la condivisione non consensuale di immagini intime è un reato punito severamente. Sporgere denuncia significa non solo difendere sé stesse, ma anche contribuire a interrompere la catena di violenza che spesso si riproduce su nuove piattaforme.
Infine, percorsi di empowerment personale come la mindfulness, la scrittura terapeutica o attività che rafforzano la consapevolezza corporea possono diventare strumenti preziosi per recuperare il controllo e la dignità dopo un abuso.
Conclusioni
Il caso del gruppo Facebook “Mia Moglie” ci ricorda che la violenza di genere assume forme nuove e digitali, ma resta radicata nelle stesse logiche di dominio e disprezzo. Esporre una partner senza consenso non è un gioco, non è un eccesso di confidenza: è un atto di abuso con conseguenze gravi sul piano emotivo e relazionale.
La psicologia ha un ruolo importante: offrire strumenti di comprensione, percorsi di cura e spazi sicuri dove le vittime possano ritrovare se stesse. La denuncia, il sostegno e la ricostruzione sono i tre pilastri per trasformare il dolore in un nuovo punto di partenza.
Sono Barbara Marino, psicologa con approccio cognitivo-comportamentale, e lavoro con persone che desiderano affrontare l’ansia e migliorare la qualità della loro vita. Nel mio studio a Torino offro:
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