Il gatto e la psicologia: perché la relazione cura

In questa immagine ci siamo io e Polly, la mia gatta.
Lei è distesa, comoda, presente. Io la guardo senza invaderla. Non la tocco. Non la chiamo. Non le chiedo nulla. Eppure siamo chiaramente in relazione.

Quando ho riguardato questa foto mi sono resa conto che racconta molto bene qualcosa che, come psicologa, vedo ogni giorno nello studio: la potenza della relazione quando non chiede, non forza, non invade.

Polly non mi consola. Non mi “cura” nel senso romantico del termine. Fa una cosa molto più sottile e molto più efficace: c’è. A modo suo, con i suoi tempi, con i suoi confini. Se avessi allungato la mano nel momento sbagliato, probabilmente se ne sarebbe andata. Se avessi preteso una risposta, avrebbe voltato la testa. La relazione esiste perché nessuna delle due sta chiedendo all’altra di essere diversa da ciò che è.

E questa, se ci pensiamo bene, è una delle basi più profonde anche della relazione terapeutica.

In psicologia sappiamo da decenni che non sono solo le tecniche a fare la differenza. La ricerca è molto chiara su questo punto: la qualità della relazione terapeutica è uno dei fattori più potenti nel predire il cambiamento, spesso più della tecnica specifica utilizzata. Fiducia, sicurezza, sintonizzazione emotiva, percezione di essere visti e accolti senza giudizio sono elementi centrali in qualunque approccio evidence-based.

Non perché la relazione “magicamente” risolva tutto, ma perché senza una relazione sicura il sistema nervoso resta in allerta, e un sistema in allerta non apprende, non cambia, non integra.

Il corpo lo sa prima della mente.

È lo stesso meccanismo che la letteratura scientifica ha iniziato a osservare anche nelle interazioni uomo–gatto. Studi condotti in contesti naturali mostrano che il semplice stare con il proprio gatto, accarezzarlo quando è lui a cercare il contatto, o condividere uno spazio in modo tranquillo, può essere associato a una riduzione dell’attivazione fisiologica dello stress e a cambiamenti in marcatori come cortisolo e ossitocina. Non perché il gatto “faccia qualcosa”, ma perché permette qualcosa: la regolazione.

Il gatto non ti chiede di raccontare, non ti interrompe, non ti interpreta. Ti offre una presenza che non giudica e che non pretende. È una relazione a bassa pressione emotiva. Ed è proprio questo che, per molte persone, la rende così preziosa.

In terapia accade qualcosa di sorprendentemente simile.

Anche lì, il cambiamento non nasce dall’essere spinti, convinti o corretti. Nasce quando una persona sente che può portare quello che c’è, così com’è, senza essere forzata a migliorare subito. Quando non deve performare, non deve spiegarsi bene, non deve “fare il paziente giusto”. Quando sente che dall’altra parte c’è qualcuno che resta, anche davanti alle parti più scomode, lente o contraddittorie.

La relazione che cura non è una relazione che aggiusta. È una relazione che regge.

Guardando questa foto mi colpisce una cosa: io non sto chiedendo a Polly di avvicinarsi, e Polly non sta scappando. È uno spazio condiviso, ma rispettoso. Ed è esattamente lo spazio che cerco di costruire anche nel lavoro clinico. Uno spazio in cui il paziente può avvicinarsi quando è pronto, allontanarsi quando ha bisogno, tornare quando sente che può farlo.

La scienza lo conferma: la percezione di sicurezza relazionale è uno dei prerequisiti fondamentali per il cambiamento psicologico. Senza sicurezza non c’è esplorazione. Senza esplorazione non c’è trasformazione.

E forse è per questo che i gatti ci insegnano così tanto, senza saperlo. Perché non forzano la relazione, ma nemmeno la rifiutano. Stanno. E quando stanno, ci permettono di fare una cosa che nel mondo adulto è diventata rarissima: abbassare le difese.

Questo non significa che il gatto sostituisca le persone. Né che la terapia sia “come avere un animale”. Significa però che il nostro sistema nervoso risponde profondamente alla qualità della presenza dell’altro, umano o non umano che sia.

E quando un paziente entra in studio e trova una relazione che non lo spinge, non lo etichetta, non lo rincorre, spesso succede qualcosa di simile a quello che accade quando un gatto si acciambella accanto a noi: il respiro cambia, il corpo si ammorbidisce, il tempo rallenta. Da lì, il lavoro può iniziare.

Forse è questo il vero cuore della Giornata del Gatto, almeno per me. Non celebrare l’animale come cura, ma riconoscere quanto la qualità delle relazioni – silenziose, rispettose, sintonizzate – sia centrale per il nostro benessere psicologico.

Polly, ovviamente, non sa nulla di tutto questo.
Lei è solo lì, comodissima.
Ma intanto, fa esattamente quello che serve.


Sono Barbara Marino, psicologa con approccio cognitivo-comportamentale. Nel mio lavoro accompagno persone che desiderano affrontare ansia, stress e momenti di cambiamento, costruendo insieme una relazione terapeutica sicura, rispettosa e orientata al benessere.

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